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SALVATORE S. – V ITAS Centro Studi
Talete
Quale può essere il diritto che
si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili ?
Rispondi a questa domanda formulata da Cesare Beccaria più di
due secoli fa, ma ancora attualissima visti anche gli
avvenimenti degli ultimi tempi.
Le grandi polemiche scatenate dall’esecuzione capitale di
Saddam Hussein hanno riacceso il dibattito sulla pena di
morte.
Ovviamente la morte del dittatore iracheno, che tanto dolore
ha arrecato alla popolazione da lui governata fino al 2003,
anno in cui gli Stati Uniti hanno deciso di andare a
“liberare” l’Iraq dal tiranno, ha nuovamente portato alla
ribalta la discussione sul diritto dell’uomo a decretare ed
eseguire una sentenza di morte nei confronti di un proprio
simile.
È un dibattito che si riaccende ogni qual volta è eseguita una
condanna a morte, in particolar modo di quelli che rinchiusi
nel braccio della morte di carceri statunitensi; tale
argomento è stato affrontato, anche se in un’ottica diversa -
ponendo in luce il rapporto umano che si crea tra condannato e
carceriere - nel film “Il miglio verde”, a mio parere uno dei
film più belli e toccanti dell’ultimo decennio, dove comunque
anche un innocente vede eseguita la sua condanna a morte,
senza poter a quel punto fare più nulla per dimostrare la sua
innocenza. Chi ha visto il film può sicuramente capire lo
stato d’animo che scatena il vedere gli spettatori
dell’esecuzione che quasi gioiscono della morte del
condannato, mentre i suoi carcerieri, che hanno imparato a
conoscerne le profonde doti di bontà, non riescono a
trattenere le lacrime.
La morte per impiccagione di Saddam Hussein forse non ha avuto
lo stesso effetto sui suoi carcerieri e sui boia, ma
sicuramente ha diviso l’opinione pubblica. Infatti, che senso
ha portare a morte un uomo che ha fatto tanto male ai suoi
governati, se tra l’altro si corre il rischio di innescare
ulteriori offensive dei suoi seguaci, che porterebbero una
nazione già così martoriata ancora più verso lo sfacelo ? Non
sarebbe stato meglio lasciarlo marcire in una prigione,
sorvegliato a vista e privo di qualsiasi comfort, tranne che
cibo ed acqua ?
È inevitabile il richiamo alla frase di Cesare Beccaria, che
nel lontano 1763 scrisse “Dei delitti e delle pene”, opera la
cui lettura non può che richiamare alla mente quello che
ancora oggi si dibatte sulla certezza della pena, sulla
celerità della pena, sull’adeguatezza della pena al reato,
sulla “asetticità” della pena rispetto alle pressioni dei vari
centri di potere, sulla tortura,…sulla pena di morte.
Già a suo tempo Beccaria, illuminista, si poneva domande circa
le pene allora in uso. Sosteneva che certe pene erano inutili
rispetto allo scopo perseguito, e che una pena di grande
intensità poteva essere presto dimenticata o dimenticabile, ed
il colpevole avrebbe magari in seguito potuto godere dei
frutti del suo misfatto; al contrario, una pena duratura
avrebbe impedito al reo di godere dei frutti del suo reato e,
nonostante la minore intensità, avrebbe meglio funzionato da
deterrente nei confronti dei cittadini.
Ma per quanto concerne la pena di morte, Beccaria si interroga
se e sulla base di quale diritto un essere umano può portare
la morte ad un altro essere umano. Da buon illuminista
sostiene infatti che solo Dio, in quanto Essere supremo, può
dare una pena di tal genere, ma che lo Stato, in quanto somma
dei diritti dei cittadini, non può avere tale potere, perché
nessuna persona darebbe ad altri il permesso di ucciderla.
Ecco che nella pena di morte inflitta dallo Stato abbiamo da
un lato uno spettacolo (per alcuni), ed un motivo di
compassione e sdegno (per altri). È del resto questo lo
scenario che si è delineato a seguito della condanna a morte
del dittatore iracheno.
Ma poiché, ancora secondo Beccaria, il fine delle pene deve
essere rieducativo, a che pro la pena di morte, che impedisce
“in toto” ogni possibilità di redenzione e rieducazione del
colpevole, sia pure di crimini efferati ?
Ci sono paesi che applicano regolarmente, ogni giorno, la pena
di morte (e magari i media di questi nemmeno se ne occupano).
Anche nell’Europa, benché l’Unione Europea possa vantare di
avere superato certe forme di violazioni dei diritti umani,
talvolta capita di sentire, di fronte ad un efferato delitto,
di fronte ad un sanguinario dittatore come Saddam Hussein,
frasi del tipo “io sono contro la pena di morte, ma in questo
caso…”. Del resto, come non rimanere sconvolti da episodi come
quello di Erba, con la lucida “follia” di persone che non
appaiono minimamente scalfite da quello che hanno fatto, o
come ancora prima l’omicidio del piccolo Tommaso Onori,
perpetrato con l’atrocità che solo la mente umana è capace di
mettere in atto ? È facile in tali casi lasciarsi andare a
commenti del genere.
Ma è comunque un discorso sbagliato. Non si può essere contro
la pena di morte a condizione. La vita deve essere inviolabile
sempre e comunque e la pena non deve trasformarsi in vendetta.
Ancora Beccaria diceva che “non vi è libertà ogni qual volta
le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di
essere persona e diventi cosa”. La nostra Costituzione,
fortunatamente ancora integra nei suoi principi fondamentali,
e che comunque sono i meccanismi ispiratori anche per la
nostra attività militare all’estero, dice all’art. 2 che “la
Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell’uomo” (anche, in questo caso, il diritto alla vita di
persone che hanno privato altri di tale diritto o che hanno
commesso crimini efferati) ed all’art. 27, comma 4 che “non è
ammessa la pena di morte”. Nel momento in cui lo Stato applica
la pena di morte, si pone alla stessa stregua di colui per il
quale ha decretato la pena capitale. Lo Stato, composto da
uomini, non può arrogarsi il diritto di togliere la vita a
chicchessia, sia pur questo fatto mascherato da giustizia.
Mi chiedo se qualche volta il giudice, che ha mandato a morte
un condannato, rivive le sue sentenze, e se riesce a dormire
la notte. Ma non sarebbe comunque meglio chiudere a chiave una
cella e buttarne la chiave nell’Oceano ? qualcuno potrebbe
obiettare che così manteniamo i delinquenti e gli assassini
con il nostro lavoro. Io, in tutta coscienza, preferisco
mantenere “sine die” un delinquente piuttosto che vivere con
il pensiero di avere tolto ad un essere umano, per quanto
“bestia” questo possa essere, la vita.
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