NESSUNO É PROFETA IN PATRIA
di Giuseppe Nicola Di Leo
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Giorni addietro, navigando qua e là per la rete, mi imbatto in una pagina web che parla di un mio cugino, che non vedo più dai tempi lontani dell'infanzia. Quì apprendo con piacere, che, oltre ad essere un pittore abbastanza affermato, anche lui si diletta nell'arte dello scrivere poesie, con soddisfacente successo. Per essere sicuro, chiedo lumi ai miei anziani genitori, i quali, dopo qualche ricerca tra i parenti, mi confermano che, trattasi proprio del cugino. Questa piacevole scoperta, però, ha avuto per me (non per volontà del mio caro cugino) un risvolto abbastanza spiacevole. I miei familiari, non hanno mai particolarmente apprezzato ciò che scrivo, anzi diciamocelo pure , non gli è proprio mai piaciuto, i massimi apprezzamenti sono stati "mi aspettavo di meglio" e "imbrogli meglio con le poesie, che con la narrativa". Ma sin quì, non è mai stato un grande dispiacere. Stamani, ero ancora in pigiama e ciabatte, mentre mi accingevo a bere il caffè più buono della settimana, quello della domenica mattina, appunto, che sento suonare alla porta. Entra mio padre, con in mano una poesia del cugino poeta. Con gli occhi rossi e la voce rotta dalla commozione, me la sbatte in faccia e mi dice: "E' bellissima! " poi aggiunge, rivolgendosi a mia moglie " perchè sai... lui è un vero poeta... ha avuto un'infanzia infelice, ha molto sofferto..." E' mancato poco che io sbottassi, e prima di dire una cosa spiacevole di cui magari poi mi sarei pentito, la prima scusa che mi è venuta in mente per sottrarmi al quel supplizio è stata un attacco di diarrea. Rinchiusomi tra le sicure mura del bagno, e sbollita la crisi isterica, un pensiero ha incominciato a ronzarmi in testa come un tarlo, prima poco poco, poi sempre più insistente, sino ad adesso: ma per essere, o meglio diventare un poeta apprezzato, è proprio necessario raccontare a tutti gli affari propri ? Non esiste un poeta felice? Forse no, forse è vero, ognuno di noi ha avuto la propria dose, io forse anche eccessiva, ma non vorrei diventare famoso per questo. Molti poeti famosi hanno sofferto del "male oscuro", anch'io... ma che colpa ne ho se sono guarito? Caro papà, anche se hai la sensibilità di un elefante, non te ne voglio per questo, hai fatto tanto per me, non te lo meriteresti, però è vero,e tanta gente la pensa come te. Il poeta che non soffre , non è poeta. Io mi sono anestetizzato l'anima, e sono uscito dopo lunghi ed interminabili mesi dal buio di una stanza, ed ho ricominciato a vivere ed a camminare nuovamente per le vie del mondo. Non ho chiesto aiuto ai parenti. Ne a nessuno. Mi sono rialzato da solo. Ed ora non soffro più. Forse non sarò mai un bravo poeta, ma cerco di essere giorno per giorno un bravo padre a mia volta, e per le mie figlie, il mio pubblico più importante, sono un bravo poeta, un bravo scrittore, un bravo astronauta, un bravo pilota... sono un eroe! Tanto mi basta. Certo, anch'io inseguo il successo, ma vorrei che le lacrime commosse di chi legge, sgorgassero per ciò che ha letto, e non perchè ha conosciuto le mie sventure. Mi ferisce, cugino, anche se tu non nei ha nessuna colpa, che i nostri parenti ti elogino, senza neanche averti letto (anche se sono sicuro che scrivi cose molto belle) mentre io, ad ogni mio libro mi affannavo a darne una copia a tutti ed aspettando un complimento come un cagnolino aspetta una carezza perchè ha riportato il bastoncino. Io quella carezza la stò ancora aspettando, e Dio sa quanto mi serviva. Ricordo appena il tuo volto cugino, e qualche tuo quadro appeso in camera tua, tu eri già giovanotto, con i capelli lunghi ed i pantaloni a zampa d'elefante, io bambino ammiravo i tuoi quadri, mentre mi facevi ascoltare lo stereo. Ti voglio bene, perchè... non lo so, ma te ne voglio. Buona fortuna, cugino mio, ovunque oggi ti trovi, qualsiasi cosa tu faccia.