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Riportiamo di seguito la "richiesta d'ascolto " inviataci dall'associazione Aria Nuova di Gela. La redazione di Pensierolibero.net declina ogni responsabilità circa l'attendibilità ed i contenuti della stessa e dei documenti allegati . Questo è uno spazio libero aperto a tutti, ma per difficoltà oggettive non abbiamo la possibilità di verificare le notizie inviateci, contiamo quindi sulla buona fede di chi ci invia .

----- Original Message -----
From: <scicol1@imcomail.com>
To: <redazione@pensierolibero.net>;
Sent: Tuesday, October 23, 2007 12:00 AM
Subject: richiesta d'ascolto


l'associazione aria nuova con sede in Gela lamenta la scarsa attenzione da parte di organi di stampa e da parte di politici di ogni grado e
schieramento verso problemi che stanno uccidendo dei cittadini italiani (almeno cosi vengono considerati i Gelesi). abbiamo informato in 5 anni ogni autoritò civilie, politica, sanitaria e giudiziaria dello stato di alto rischio per la salute che ha causato l'attaività incontrollata dell'ENI nel nostro territorio.2 anni fa anche un interrogazione parlamentare firmata dall'insensibile on Trantino è rimasta inascoltata ed è servita  a trantino e altri 2 pessimi politici come Ventura e Misuraca, ad arricchire il proprio curriculum parlamentare. chiediamo solo di aiutarci a metterci in contatto con chiunque abbia sensivbilità verso la vita umana (Gela è la capitale dei tumori e delle malformazioni neonatali) e con chi detesti il modo di fare politica che mette all'ultimo posto il valore della vita e della salute.L'associazione aria nuova ha sede in Gela in via timoleone 14.


Distinti saluti

www.geleselibero.splinder.com documenti allegati : Comunicato stampa  città senz'acqua   maledetti
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Nessuno è profeta in patria... buona fortuna, cugino mio...

di Artur Brand

Giorni addietro, navigando quà e là per la rete, mi imbatto in una pagina web che parla di un mio cugino, che non vedo più dai tempi lontani dell'infanzia. Quì apprendo con piacere, che, oltre ad essere un pittore abbastanza affermato, anche lui si diletta nell'arte dello scrivere poesie, con soddisfacente successo. Per essere sicuro, chiedo lumi ai miei anziani genitori, i quali, dopo qualche ricerca tra i parenti, mi confermano che, trattasi proprio del cugino. Questa piacevole scoperta, però, ha avuto per me (non per volontà del mio caro cugino) un risvolto abbastanza spiacevole. I miei familiari, non hanno mai particolarmente apprezzato ciò che scrivo, anzi diciamocelo pure , non gli è proprio mai piaciuto, i massimi apprezzamenti sono stati "mi aspettavo di meglio" e "imbrogli meglio con le poesie, che con la narrativa". Ma sin quì, non è mai stato un grande dispiacere. Stamani, ero ancora in pigiama e ciabatte, mentre mi accingevo a bere il caffè più buono della settimana, quello della domenica mattina, appunto, che sento suonare alla porta. Entra mio padre, con in mano una poesia del cugino poeta. Con gli occhi rossi e la voce rotta dalla commozione, me la sbatte in faccia e mi dice: "E' bellissima! " poi aggiunge, rivolgendosi a mia moglie " perchè sai... lui è un vero poeta... ha avuto un'infanzia infelice, ha molto sofferto..." E' mancato poco che io sbottassi, e prima di dire una cosa spiacevole di cui magari poi mi sarei pentito, la prima scusa che mi è venuta in mente per sottrarmi al quel supplizio è stata un attacco di diarrea. Rinchiusomi tra le sicure mura del bagno, e sbollita la crisi isterica, un pensiero ha incominciato a ronzarmi in testa come un tarlo, prima poco poco, poi sempre più insistente, sino ad adesso: ma per essere, o meglio diventare un poeta apprezzato, è proprio necessario raccontare a tutti gli affari propri ? Non esiste un poeta felice? Forse no, forse è vero, ognuno di noi ha avuto la propria dose, io forse anche eccessiva, ma non vorrei diventare famoso per questo. Molti poeti famosi hanno sofferto del "male oscuro", anch'io... ma che colpa ne ho se sono guarito? Caro papà, anche se hai la sensibilità di un elefante, non te ne voglio per questo, hai fatto tanto per me, non te lo meriteresti, però è vero,e tanta gente la pensa come te. Il poeta che non soffre , non è poeta. Io mi sono anestetizzato l'anima, e sono uscito dopo lunghi ed interminabili mesi dal buio di una stanza, ed ho ricominciato a vivere ed a camminare nuovamente per le vie del mondo. Non ho chiesto aiuto ai parenti. Ne a nessuno. Mi sono rialzato da solo. Ed ora non soffro più. Forse non sarò mai un bravo poeta, ma cerco di essere giorno per giorno un bravo padre a mia volta, e per le mie figlie, il mio pubblico più importante, sono un bravo poeta, un bravo scrittore, un bravo astronauta, un bravo pilota... sono un eroe! Tanto mi basta. Certo, anch'io inseguo il successo, ma vorrei che le lacrime commosse di chi legge, sgorgassero per ciò che ha letto, e non perchè ha conosciuto le mie sventure. Mi ferisce, cugino, anche se tu non nei ha nessuna colpa, che i nostri parenti ti elogino, senza neanche averti letto (anche se sono sicuro che scrivi cose molto belle) mentre io, ad ogni mio libro mi affannavo a darne una copia a tutti ed aspettando un complimento come un cagnolino aspetta una carezza perchè ha riportato il bastoncino. Io quella carezza la stò ancora aspettando, e Dio sa quanto mi serviva. Ricordo appena il tuo volto cugino, e qualche tuo quadro appeso in camera tua, tu eri già giovanotto, con i capelli lunghi ed i pantaloni a zampa d'elefante, io bambino ammiravo i tuoi quadri, mentre mi facevi ascoltare lo stereo. Ti voglio bene, perchè ... non lo sò, ma te ne voglio. Buona fortuna Cugino mio, ovunque oggi ti trovi, qualsiasi cosa tu faccia.

 

Attimi di una crisi di mezza età…

Di Michele Sarrague




Quando comunemente ci si riferisce alla “crisi di mezza età”, la nostra mente si figura una persona più o meno cinquantenne nel mezzo di una crisi esistenziale;

ma la relatività è il mio antico brodo ed io ci navigo come un chicco di minestrina.

Io ho sempre inteso quel preciso periodo della vita di ciascuno, un po’ come lo intendeva quel fiorentino dal naso aquilino che di scrittura se ne intendeva forse come nessun altro, ho sempre pensato infatti che dai trenta ai trentacinque anni si arrivi “ nel mezzo del cammin di nostra vita”, ed eccomi ai trentatré macigni che gravano sul mio groppone come chi sa quanti in più… ed in crisi.

Come chi sa quanti come me qui a riflettere sui miei errori e escogitare come evitarli in futuro per intraprendere un percorso che questa volta non sia inconcludente.

Per quanto possa sembrare duro questo giudizio, si riferisce ad un fatto che non ci si può esimere dal valutare come tale; e quindi, superati ormai i trent’anni, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, della realizzazione personale senza prescindere dalla sfera sentimentale, se non si è forti di risultati positivi è tangibili tali da poter essere considerati come un buon inizio se non un soddisfacente approdo, ci si può considerare falliti, almeno al momento.

Se non è questa una crisi, non saprei come altro definirla.

Guardando a me stesso ed al mio passato, vedo un uomo o almeno qualcuno di simile che ha indugiato nel prendere quelle decisioni necessarie ed indispensabili i cui risvolti rendono una vita degna di essere vissuta;

mi ritrovo, mio malgrado e forse un po’ vergognandomene, a non trovar risposta quantomeno pratica a due di quelle tre domande filosofico-esistenziali che stanno alla vita come la prova del nove di infantile memoria stava agli esercizi aritmetici e cioè: chi sono e dove vado?.

Come chi azzera la sua vita, ripercorro la memoria partendo dal momento in cui iniziavo a prendere coscienza di me, e ritorno alle tirate d’orecchio che cominciavano a spronarmi a crescere e rivedo i luoghi e le persone…

Essendo nato e cresciuto in un paesino di provincia come il mio, nella metà degli anni 70, i miei ricordi di infanzia sono inevitabilmente legati alla parrocchia del paesello;

quindi cerco la catarsi, per sfuggire all’assalto dei pensieri dei dubbi e della depressione, rifugiandomi sulla panchina all’ombra dell’eucaliptus che guarda il campetto delle partitelle degli undici anni quando mi si confondeva con la palla.

E cerco la serenità nei ricordi confortato dal silenzio sacrale dell’ora di pranzo che vuole i fedeli della forchetta riuniti all’altare della mensa, solo la brezza ancora fresca di aprile a parlare con le fronde chiacchierine degli alberi fa da timido commento alle immagini innanzi che come cartoline ritraggono i luoghi alla piu’ vivida ora del giorno;

l’unica ora in cui il campanile immutato non proietta la sua ombra nel sul campetto ne sul giardino sul retro della chiesa con le sue aiole e corti e torti vialetti in pietrisco che accompagna con fragore i passi, l’immancabile e eterno cipresso che spalleggia l’affaccio sullo splendido panorama che fu cornice dei mie pomeriggi solitari di studio, ora lettere ora storia ora letteratura francese, avevo diciassette diciotto anni e vivevo nel presente molleggiandomi sulle punte come u tuffatore sul trampolino pronto al salto nel futuro.

Ora tra le mani ho il mio capo dai cortissimi capelli poiché anche questi furono, e non paghi dell’abbandono, sfrontati offendono biancheggiando anche per non esser da meno ai baffi ad al pizzo che avevano iniziato prima di loro, quei libri amati come si ama una donna capricciosa non ci sono più, e di loro mi manca la sicurezza che contenessero la risposta alle domande del giorno dopo.

Ora le risposte le aspetto da me stesso e forse dal prossimo futuro e cerco l’energia in quei posti dove la sprecavo e quasi mi aspetto di ritrovarla come se fosse dei talenti allora seminati, pazientemente muovendo il pietrisco del tempo sfiorando con i piedi aspetto che con un luccichio qualche talento faccia capolino e mi dia la forza per ripartire.

Sono attimi, ma sembrano eternità… e se non fosse per quel miracolo di serenità dei posti come grembo materno, la mestizia lascerebbe di certo posto al pianto.

Scavo un fossato intorno al cuore ancora gonfio di sentimento, tanto gonfio che come una zavorra che ha bloccato sinora la risalita al chiaro, e faccio ciò che forse è inumano per evitare di cadere nel diabolico.

Supero me stesso e mi è duro, per un puro istinto di sopravvivenza, solco in me le fondamenta di una erigenda casa che un giorno possa essere rifugio forse anche per chi oggi ancora è e chi sa per quanto sarà , e chiamo a benedirle quell’amore universale in cui ho sempre creduto, animo supremo di tutte le genti e di ogni cosa che ha reso e rende sempre possibile il tutto…….




 


Mal di cuore
di Michel  Saragò (da L'Enin del 1 aprile 2000)

Spesso di fronte una buona birra, con la cicca sempre accesa fra le dita e quel sorriso mesto maledettamente fisso sul volto, con di fronte -in fondo agli occhi del vero amico- l'immagine della tua anima e con lo spirito rivolto al passato, si lasciano riaprire quelle ferite che pensavamo cicatrizzate: le ferite del cuore.
E lo facciamo (e beati voi se non vi capita ) non perché siamo masochisti o perché ci piace indugiare nella melanconia, ma perché dietro quelle cicatrici, conficcata nel cuore c'è sempre una scheggia di quel dolore  che muovendosi risveglia quel "lupus cordis" sopito e non possiamo tacere dissimulando, dobbiamo dargli sfogo sperando che pago si riassopisca e stavolta per sempre.
In quegli ingrati inevitabili momenti riviviamo il lutto di quella perdita e troviamo ad accogliere il nostro dolore quello dell'amico e questa simpatia ci conforta, e non si piange  solo per pudore o perché non si hanno più lacrime.
Ci si confida certi di comprensione, comunicando con gli occhi oltre che con le parole, e ci si scambiano le immagini della passata felicità come delle vecchie foto ingiallite e si salutano quelle ormai lontane gioie con brevi sospiri simili a singulti e maschere tirate, cercando di esorcizzare la paura di non poterla mai più ritrovare.
Almeno bevendo quella dolce amara birra si può avere la scusa… sì, si può sempre dare la colpa all'alcol e far finta che sia solo una conseguenza dell'aver bevuto, si sa l'alcol a volte deprime...
Così uscendo a tarda ora da quel locale sarà la birra a prendersi la colpa per gli occhi lucidi e sarà lei a renderci pian piano il cuore più leggero, mentre guardando la notte nel cielo attraverso le alte gole delle viuzze nasce lentamente una canzone sussurrata che quando sarà finita all'unisono, avrà preso il posto di quel dolore spazzato via dall'ultima risata liberatoria
Quella sciocca paura ora non c'è più perché si riscopre di esser felici anche solo di vivere, e tornando a casa ciascun per sè dopo l'ultimo saluto ciascuno può pensare con gioia che "finchè c'è birr… ehm vita c'è speranza!"..


 

Il mio amico…

Esser soli è una gran brutta cosa, non che non lo si possa esser con stile intendiamoci,

ma in vero brutta lo rimane.

Provo una profonda tristezza nel pensare che sempre, da qualche parte, in una cella piuttosto che in uno stadio gremito, ci sia qualcuno o più che infondo è solo.

Io son fortunato;

anche quando tutto va male e tutti rincorrono i propri affari e non hanno certo tempo per me, io ho sempre il mio amico, sempre pronto elegante e distinto.

A dire il vero ci vediamo assai poco e preferibilmente d’inverno, che dentro può durare tutto l’anno, ma quando ci incontriamo è sempre una gran festa.

No nulla di clamoroso, niente botti o urrà, solo silenzi eloquenti e lunghi.

Un casuale tintinnio di cristalli a luci soffuse e con un pò di fortuna il crepitio di un fuoco, ma sarebbe troppo, tutto insieme e solamente a scandire il tempo di un’incontro in un dove ora relativo.

Non ricordo una volta, anche nel passato che si sia fatto trovare indisponibile.

Ha un carattere deciso grazie al quale sa fare tabula rasa nel mio quando è in crisi.

Vorrei che tutti avessero lui come amico nei momenti bui quando perdono o si separano da un affetto un amore, un sogno loro proiezione, e se non fosse così schivo o quasi misantropo lo presenterei al mondo;

ma mi ha confessato di esser celebre o famigerato a su modo.

Mi ha detto che molti lo fraintendono e si lasciano trascinare dalle sue che vogliono comunque rimanere opinioni;

poveruomo c’è da capirlo, esser schivi è il minimo.

L’ho incontrato da non molto, talmente recente il suo incontro che ho quasi ancora ottusa la mente per le sue totalizzanti chiarificazioni, frutto di profonde e accurate analisi delle problematiche espostegli.

Sebbene fosse soltanto la seconda o terza volta che gli parlassi di quell’argomento nella nostra amicizia ricca di lustri, mi sembrava quasi di essere monotono ripetitivo, insomma noioso.

Questa mia sensazione contrastava fortemente col palesarsi del suo stato d’animo.

Egli stava li ad ascoltare una storia sempre uguale nel finale con banali alternanze di interpreti e ruoli, ascoltava con espressione placida e tranquilla quasi di velluto come la sua presenza come se fosse la prima delle volte e delle occasioni.

Gli ho raccontato del mio ultimo volo pindarico conscio dell’ardire, di uno stolto che con ali sognate precipita abbattuto dal reale.

Che pena mentre raccontavo!...

E lui li partecipe e rassicurante ad attendere che fosse scesa l’ultima delle lacrime da tempo finite.

Finito il racconto, savio, quasi a fermare uno sproloquio,  con uno sguardo, infondendo quasi ebbrezza e smorzando sul nascere una troppo libera emozione, lui mi ha fatto capire!

Con un gesto sconvolgente al limite del suo stesso essere, senza parole ha fatto chiarezza in me.

Grazie a lui ho capito che bisogna lasciar passare,  senza drammi, accettandola così come viene quando ormai niente si può fare;

un giorno anche il bernoccolo dovuto all’ultimo castello sospeso caduto sarà un ricordo languido e discreto del passato, proprio come l’amico che me l’ha scientemente suggerito.

Che dire?!

Grazie amico mio!

Spero di averti sempre e sempre più per gioie piuttosto che per dolori.

Grazie Johnnie!

Grazie signor walker! 

 



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